NUOVA PANDEMIA, VECCHIE DISUGUAGLIANZE

Due storie, due notizie di attualità, due spaccati che sembrano estremamente distanti ma che fanno parte della stessa triste realtà. Questi casi specifici però non sono nient’altro che una copia di fatti simili che interessano sempre di più tante aree diverse del nostro Paese e di tutto il mondo, tanto nei grandi centri metropolitani quanto nei piccoli agglomerati urbani.
La condizione delle famiglie italiane che stanno affrontando un periodo di difficoltà economica non trascurabile infatti, riguarda tanto Torino (come riportato da diversi quotidiani negli ultimi giorni) tanto alcuni quartieri di altre grandi città italiane: tra persone che non possono andare al lavoro e persone licenziate dal proprio lavoro, il sostentamento del nucleo familiare è certamente la prima preoccupazione di moltissimi cittadini. Proprio per questo i buoni spesa messi a disposizione del comune di Torino sono terminati nel giro di due giorni, lasciando fuori dal beneficio 8 mila famiglie che avevano fatto richiesta e molte altre che non sono rientrate nelle tempistiche per la presentazione della domanda.
Lo sforzo fatto è riuscito a coprire il bisogno di circa 12 mila nuclei familiari, ma tutto ciò certamente non basta per dare una mano a tutte le persone messe in ginocchio dalla crisi economica che inizia già a farsi sentire duramente.Successivamente la sindaca Chiara Appendino ha aperto una colletta pubblica, invitando chiunque ne avesse la possibilità ad aiutare tutti coloro che si trovano in una seria situazione di disagio economico e sociale. Un gesto che, per quanto apprezzabile, certamente non sarà risolutore della problematica di fondo: virus o meno, le istituzioni non erano (e non sono) minimamente pronte ad affrontare una situazione di crisi, offrendo un reale supporto a tutte le persone impossibilitate a provvedere al benessere della propria famiglia. E se non lo erano per situazioni come queste, è triste constatare che anche davanti a un’altra circostanza già preesistente non si è posta sufficiente attenzione finora: la situazione nei dormitori dove alloggiano i senzatetto è tragica, e il metro di distanza è certamente un’utopia. La mancanza di guanti, di mascherine e di condizioni di vita adeguate, l’obbligo di dormire ammassati in una sola stanza e di coabitare all’interno della stessa struttura, non rendono difficile capire che è solo questione di tempo prima che un dormitorio diventi un focolaio. Una volta dichiarato lo stato di quarantena poi, da difficoltosa la gestione di questi luoghi diventa quasi impossibile.
Questi edifici ospitano una tipologia di struttura interna (stanze con più posti letto, bagni in comune etc.) che non consente l’attuazione di tutte le misure di sicurezza per la prevenzione del contagio; la risposta del governo e delle amministrazioni locali per la gestione di queste situazioni sono state tardive, nonostante delle segnalazioni fossero state già fatte. L’assessora alle politiche sociali della città di Torino, Chiara Caucino, ha rilasciato infatti solo ieri delle dichiarazioni in merito, che suonano però come un palliativo, e che chiaramente non fanno emergere una volontà vera e propria nell’andare a sradicare le disuguaglianze sociali che le persone senza fissa dimora vivono da troppo tempo.
Questi sono chiari segnali del voler considerare alcuni gruppi di persone come “di serie B”, che come tali vanno relegati ai confini della società e non considerate al pari degli altri cittadini da parte delle istituzioni.

Perché sì, i casi sono ben diversi ma il filo conduttore è sempre lo stesso: quello delle disparità che all’interno della nostra città e non solo, vengono quotidianamente ignorate. Sembra infatti che solo questa nuova pandemia mondiale sia riuscita a far emergere delle situazioni tristemente reali, per poi poterle denunciare. Siamo amareggiati nel pensare che troppo spesso si scelga di non guardare a chi vive in condizioni di difficoltà e che, per questo, non riesce o non merita, secondo la cultura dominante, di vivere la città esattamente come gli altri. Se è possibile trovare un riscontro positivo in questa amara situazione, questo sta nel fatto che quantomeno questi casi stanno trovando ora, all’interno del dibattito pubblico, uno spazio di denuncia. Eppure la voce mancante è sempre quella delle istituzioni (locali e nazionali), le uniche che avrebbero nella quotidianità il coltello dalla parte del manico per ridistribuire la ricchezza e creare piani concreti e strutturali di welfare sociale (misura che, almeno in Italia, non è mai stata costruita).Le scuse del Comune di Torino in seguito all’impossibilità di coprire i buoni date le ingenti richieste, ovviamente non bastano: nei fatti, tante famiglie sono rimaste tagliate fuori, e non possono essere lasciate in balia di aiuti volontari da parte di altri cittadini. Così come non basta trasportare le persone senza fissa dimora in ospedale dopo che i sintomi di un virus così violento hanno già attaccato diversi coabitanti: la realtà in questi luoghi è estremamente difficile, ma chiudere gli occhi e non creare volontà politica in materia non è e non sarà mai giustificabile.
Come tristemente è stato riportato in una dichiarazione inerente al caso, infatti “ci siamo dovuti prendere il Virus per far capire che c’era un problema nel dormitorio”: è evidente che, in un caso o nell’altro, non è più possibile accettare il silenzio o le misure tardive delle nostre istituzioni.

Nuova pandemia quindi, ma vecchie disuguaglianze: quand’è che invece, potremo finalmente parlare di nuove risoluzioni in termini di lotta alla povertà?